It’s all true: Dario Maria Campana e il collettivo Primo Piano Art Gallery tra mappa, percezione e realtà
- Eleonora F.

- 4 giorni fa
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La mostra It’s all true di Dario Maria Campana, a cura di Patrizia Pacia, con la collaborazione del collettivo Primo Piano Art Gallery e con le videoinstallazioni di Leonardo Gasperoni e Lorenzo Muccioli, si costruisce fin da subito come un progetto che attraversa più linguaggi, più livelli di lettura, più forme di pensiero. Potrete visitare la mostra presso l’Ala Isotta di Castel Sismondo, Rimini, fino al 6 aprile, negli orari di apertura del Fellini Museum.
It’s all true si sviluppa come un sistema articolato in cui arte visiva, riflessione teorica e sperimentazione si intrecciano, dando forma a un percorso che mette in discussione uno dei concetti più radicati: quello di realtà. Una mostra che si visita, certo, ma che soprattutto si attraversa, richiedendo tempo e attenzione.

Il punto di partenza è tanto semplice quanto destabilizzante. La mappa non è il territorio.
Un’affermazione che, da Alfred Korzybski a Magritte, attraversa la storia del pensiero e che qui diventa chiave interpretativa dell’intero progetto. Non possiamo conoscere il mondo in modo diretto, ma solo attraverso una rappresentazione costruita, filtrata, inevitabilmente parziale. È in questo spazio che si inserisce il lavoro di Campana.
Le sue opere non descrivono il mondo, ma lo traducono. Le cartografie che costruisce si allontanano dalla funzione tradizionale della mappa per avvicinarsi a qualcosa di più complesso: sistemi di segni, connessioni, costellazioni del pensiero. Linee che non indicano direzioni, ma relazioni. Punti che non segnano luoghi, ma possibilità.
Guardandole, si ha la sensazione di trovarsi davanti a una forma di geografia interiore, dove il territorio non è più fisico, ma mentale.
Questo approccio si inserisce in una tradizione artistica precisa, che ha utilizzato la mappa come linguaggio — da Jasper Johns ad Alighiero Boetti — ma qui viene portato oltre, fino a mettere in crisi la funzione stessa della rappresentazione.
Se ogni mappa è inevitabilmente imperfetta, allora è proprio in questa imperfezione che si apre lo spazio dell’interpretazione.
Le opere di Campana sembrano partire da questa consapevolezza per spingersi ancora più lontano, costruendo immagini che si muovono tra analogico e digitale, tra materia e sistema, tra gesto e struttura. Le sue cartografie diventano diagrammi, quasi circuiti, in cui la tecnologia e la manualità convivono, creando un linguaggio visivo complesso e stratificato.
Anche il tema della scala diventa centrale. Una mappa troppo precisa perde la sua utilità, mentre una più distante acquista capacità interpretativa. È un paradosso che attraversa la storia della rappresentazione — da Borges a Umberto Eco — e che qui viene tradotto in forma visiva, trasformando lo sguardo in uno strumento attivo, chiamato a interpretare più che a riconoscere.
A questo si aggiunge il contributo delle videoinstallazioni, che ampliano ulteriormente il campo della percezione, introducendo una dimensione dinamica, temporale, capace di spostare continuamente il punto di vista.
L’esperienza espositiva si arricchisce di un elemento che diventa immediatamente simbolico: la mostra si visita con delle torce. La luce non è più data, ma va cercata. Ogni opera si rivela solo nel momento in cui lo sguardo decide di illuminarla, trasformando il visitatore in parte attiva del processo.

La torcia diventa così uno strumento di scoperta, ma anche una metafora potente: non esiste una visione totale e immediata, ma una realtà che si costruisce per frammenti, per rivelazioni progressive, per scelte. Illuminare significa interpretare, selezionare, entrare in relazione.
“It’s all true” diventa così un’esperienza che non si limita a essere osservata, ma che richiede una partecipazione attiva, una disponibilità a entrare in un sistema aperto, dove ogni elemento può essere letto in modi diversi.
Non ci sono risposte definitive, ma un continuo slittamento tra ciò che è e ciò che appare.
E forse è proprio in questo slittamento che si colloca il senso più profondo del progetto: nella capacità di mostrare come la realtà non sia mai qualcosa di dato, ma qualcosa che costruiamo, ogni volta, attraverso il nostro sguardo.
“La verità non coincide con ciò che vediamo, ma con il modo in cui scegliamo di illuminarla.”




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