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Amir Zainorin al Museo delle Mura: Gravity of the Wall tra confini, memoria e resilienza

  • Immagine del redattore: Eleonora F.
    Eleonora F.
  • 5 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Dal 4 febbraio al 12 aprile 2026 il Museo delle Mura di Roma ospita Gravity of the Wall, mostra personale dell’artista malese Amir Zainorin, a cura di Camilla Boemio. Il progetto trasforma torri, corridoi e camminamenti storici del museo in un paesaggio sensibile in cui l’architettura antica entra in dialogo con gesti contemporanei.

La mostra si sviluppa come un percorso immersivo che esplora migrazione, identità, vulnerabilità e resilienza attraverso installazioni, suono e pratiche partecipative. Più che una narrazione lineare, Gravity of the Wall invita a muoversi tra opere interconnesse che riflettono sul peso dei confini e sulla possibilità della trasformazione.


Amir Zainorin al Museo delle Mura

La fragilità delle mappe: The Weight of Lightness

Il percorso espositivo si apre con The Weight of Lightness, un’opera che occupa il pavimento come una presenza silenziosa ma espansiva. Realizzata con carta fatta a mano ottenuta da pagine di atlanti riciclati e fibre di garza, l’installazione mette in tensione la fragilità del materiale con la solidità della pietra.

Le mappe, tradizionalmente strumenti di controllo e orientamento, vengono dissolte e ricomposte in una superficie tattile che riflette sulla geografia, sullo spostamento e sulla natura mutevole dei confini. Il lavoro trasforma l’idea di cartografia in una materia viva, instabile, capace di suggerire nuove possibilità di lettura dello spazio. Una dimensione centrale della mostra è affidata a Rhythm of Identity: A Cultural Laboratory of Percussion and Memory. L’installazione presenta tamburi malesi kompang costruiti in legno e pellicole radiografiche riutilizzate. Strumenti legati ai rituali comunitari vengono riconfigurati come dispositivi di ascolto e interazione. I visitatori sono invitati ad attivarli, generando paesaggi sonori in continua evoluzione che dissolvono la distinzione tra performer e pubblico. Le superfici traslucide introducono una dimensione di intimità e fragilità, intrecciando memoria corporea e storia culturale.


Migrazione e resistenza: Boot-ed

Un momento più silenzioso attraversa l’opera scultorea Boot-ed: un paio di stivali usurati che diventano contenitori di due presenze opposte, un cactus robusto e un’orchidea delicata. Contrassegnata dalla scritta DO / DIE, l’opera introduce una tensione irrisolta tra sopravvivenza e resa.

Gli stivali, montati su basi decorative, rimandano al movimento e all’esperienza vissuta. L’oggetto quotidiano si carica di una dimensione simbolica, trasformandosi in un’immagine sospesa tra forza e vulnerabilità.


Amir Zainorin al Museo delle Mura

ùColor Theory: architettura e cura

Sul camminamento delle mura, le colonne in pietra vengono avvolte da bende dai colori vivaci. Color Theory interrompe il ritmo della struttura storica legando materiali associati alla cura e alla protezione a un’architettura segnata da secoli di passaggio e difesa. Camminare lungo la terrazza diventa un’esperienza corporea e temporale che evoca lesione e riparazione senza imporre interpretazioni, lasciando spazio a una riflessione aperta sulla relazione tra corpo e architettura. La mostra incorpora anche Stateless Mind Pavilion, progetto in corso nato dagli Stateless Mind Festival. Al Museo delle Mura il padiglione funziona sia come opera sia come piattaforma di incontri e conversazioni collettive. Rifiutando definizioni rigide di identità e nazionalità, privilegia lo scambio e la presenza, trasformando l’esposizione in uno spazio vivo e reattivo.


L’artista e la curatela

Amir Zainorin, artista malese-danese residente a Copenaghen, lavora tra installazione, scultura, performance e suono. La sua pratica nasce da un continuo attraversamento di contesti culturali e geografici e si sviluppa come ricerca sui concetti di appartenenza e movimento. È fondatore della piattaforma interculturale Jambatan e ideatore di Stateless Mind Pavilion.

La curatrice Camilla Boemio, teorica e scrittrice d’arte contemporanea, sviluppa il proprio lavoro da una prospettiva interdisciplinare e femminista intersezionale, con particolare attenzione ai sistemi sociali e alle ecologie. Si distingue per una sensibilità rara, capace di intrecciare rigore teorico e attenzione poetica, costruendo un percorso che amplifica il dialogo tra opera, spazio e spettatore e rafforza la dimensione immersiva dell’intero progetto.


Gravity of the Wall costruisce una riflessione sui confini come condizioni non solo fisiche ma emotive e culturali. Attraversare la mostra diventa un atto di negoziazione tra forza e fragilità, memoria e adattamento, immobilità e movimento. Le mura storiche non sono soltanto scenario, ma interlocutori silenziosi che amplificano il dialogo tra passato e presente. Nel camminare tra torri, suoni e materiali fragili emerge una consapevolezza semplice: ogni confine è anche uno spazio di relazione. Ed è forse in quella tensione tra separazione e incontro che si misura la possibilità di trasformazione.

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