Romeo Gigli SS26 –Severance: la bellezza che resta sulla pelle
- Eleonora F.

- 19 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Ci sono collezioni che non si limitano a vestire un corpo, ma ne attraversano la storia interiore. Severance, la Primavera–Estate 2026 di Romeo Gigli, è una di queste: nasce da un taglio, da una separazione emotiva che non viene nascosta, ma trasformata in linguaggio estetico. È la poesia di ciò che si spezza e, proprio per questo, lascia un segno.
Sotto la direzione creativa di Alessandro De Benedetti, Romeo Gigli prosegue una narrazione coerente e profondamente sensibile, in equilibrio costante tra fragilità e potenza. Severance non cerca di ricomporre ciò che si è rotto in modo netto; preferisce mostrare le cuciture, i nodi, le tensioni che restano impresse sulla pelle.


I drappeggi si annodano in sete liquide, come legami interrotti che continuano a intrecciarsi. Le organze trilobate, attraversate da righe coloniali, si aprono in plissé irregolari che sembrano vibrare ai margini del corpo, come ricordi che non si lasciano archiviare. Nulla è statico: tutto è movimento trattenuto, memoria in sospensione.
Le superfici ricamate con foglie di corda diventano vere e proprie mappe corporee, geografie emotive che seguono le linee dell’anatomia. Le strutture ergonomiche, quasi autoindossate, modellano i volumi attraverso una sartorialità intima, fatta di orli rimessi, di crinoline nascoste che fioriscono all’improvviso in spirali, come boccioli che il tempo ha deciso di non aprire subito.

La femminilità che attraversa questa collezione è romantica ed eterea, ma mai fragile in senso passivo. C’è una tensione sororale che pulsa sotto la seta, una forza silenziosa che sostiene ogni gesto. Gli abiti non impongono una forma: accompagnano, evocano, suggeriscono.

La palette cromatica racconta un paesaggio interiore più che stagionale. Toni come butter, sky, dusty, coral cream, sand, ivory, natural, yellow white, accanto a black e red, costruiscono una sinfonia materica di sussurri e accenti vitali. I colori non dominano mai la scena: accarezzano le superfici, emergono per trasparenze e stratificazioni, come emozioni che non chiedono di essere spiegate.

I tessuti diventano veri strumenti poetici. Reed lace, cotone svizzero, voile di seta, canvas di juta, organza crepon, gauze, metal duchesse, fill coupé, plissé, viscosa enzimata: ogni materiale è attraversato da una narrazione tattile, un linguaggio segreto che si attiva solo nel dialogo con il corpo. La struttura non è mai rigida; le silhouette sono scultoree ma mobili, pensate non per definire, ma per evocare.
I capi chiave incarnano perfettamente questa visione. Il Dress Cloud Busting, in voile di seta polvere, fluttua intorno al corpo con una leggerezza quasi mistica, trasformando la presenza in un’ombra luminosa. Il Dress Willow, in reed lace nera o avorio, costruito con un corpino a nido d’ape, è una seconda pelle dalla sacralità gentile, che fascia senza costringere.

Il Dress Violante, lungo o mini, con o senza crinoline, in coral, sky e yellow, racconta la rinascita attraverso una struttura circolare fatta di ruote di seta sovrapposte, nascoste e rivelate insieme. Il Dress Electra accarezza la pelle con linee spezzate e continue, trovando un equilibrio raffinato tra scultura e movimento nella maxi gonna.

Il Dress Rosanthe, in dusty o ivory, realizzato in velo arricciato tagliato in sbieco, resta sospeso tra passato e desiderio, come una poesia non ancora pronunciata. Lo Skirt Dress Memole, in organza e gauze sky o ivory, abita il confine tra sogno e architettura, tra soggettività e decostruzione.
Accanto agli abiti, i capispalla e i completi completano il racconto: la Jacket Sofia Coppola, in canvas bianco foderato in fill coupé, unisce compostezza cinematografica e una delicatezza che sfuma i confini di genere; il Tailleur Crossed, in butter, coral cream, yellow e black, rilegge il potere in chiave fluida; la Shirt Bryan diventa una pagina bianca da scrivere ogni giorno; la Jacket Sahara, scomponibile tra gilet e micro top, rivela una personalità multipla e mutevole.

Dal mio punto di vista, Severance è una delle collezioni più intime e coerenti del percorso recente di Romeo Gigli. È una moda che non copre, ma rivela. Che non decora, ma racconta. Ogni capo è un attraversamento, una ferita che diventa forma, una bellezza che nasce proprio lì dove qualcosa si è spezzato — e ha deciso di restare visibile.



Commenti