Brazilian Sustainable Fashion alla Milano Fashion Week SS27

Perché il Brasile sta tracciando una nuova strada per il futuro della moda?
A Milano, durante la Fashion Week, siamo abituati a chiederci quale sarà la prossima tendenza. Quale colore indosseremo, quale silhouette entrerà nel nostro guardaroba, quale estetica definirà la stagione successiva. Guardando la sfilata Brazilian Sustainable Fashion in Milan – Craftsmanship and Culture: The New Luxury, ai Chiostri di San Barnaba, mi sono però ritrovata a farmi una domanda diversa: e se il futuro della moda non fosse semplicemente qualcosa di nuovo da inventare, ma qualcosa di prezioso che abbiamo già e che dobbiamo imparare a guardare in modo nuovo?
È la riflessione che mi ha accompagnata mentre osservavo sfilare dieci brand brasiliani, tutti guidati da donne, e mondi apparentemente lontani arrivare nel cuore di Milano attraverso fili, ricami, crochet, macramé, pizzi, tinture naturali e lavorazioni manuali. Al centro del progetto non c’era soltanto la sostenibilità così come siamo abituati a sentirla raccontare. Accanto alla dimensione ambientale, economica e sociale emergeva infatti un quarto elemento: la salvaguardia del patrimonio culturale.
Ed è proprio qui, secondo me, che il Brasile sta indicando una delle direzioni più interessanti per la moda contemporanea.

Quando il futuro della moda parte dalla memoria
La parola “innovazione” porta quasi automaticamente a pensare alla tecnologia, a nuovi materiali, a processi produttivi sempre più sofisticati. La sfilata brasiliana vista a Milano mi ha suggerito invece una prospettiva differente: innovare può significare anche impedire a un sapere di scomparire.
Le dieci designer coinvolte trasformano infatti tecniche artigianali tramandate di generazione in generazione in un linguaggio contemporaneo. Ricami, pizzi, tessitura manuale, stampe botaniche e tinture naturali non vengono presentati come elementi nostalgici o folkloristici, ma entrano nel progetto di moda e ne diventano parte identitaria.
È un concetto che mi ha colpita molto.
Perché mentre guardavo la passerella non avevo la sensazione di assistere a una celebrazione del passato. Al contrario, vedevo una moda estremamente attuale che sembrava chiedersi che cosa valga davvero la pena portare con noi nel futuro. Non possiamo parlare di sostenibilità limitandoci a ciò che consumiamo. Dobbiamo cominciare a parlare anche di ciò che rischiamo culturalmente di perdere.
Il Brasile porta a Milano un nuovo significato di lusso
Il titolo scelto per il progetto, Craftsmanship and Culture: The New Luxury, contiene già una dichiarazione precisa.
Il nuovo lusso qui non coincide con la perfezione seriale. Nasce dal tempo, dalle mani e dall’unicità.
Un dettaglio realizzato artigianalmente non sarà mai perfettamente identico a un altro e proprio questa differenza diventa valore. Il documento che accompagna il progetto parla di un savoir-faire “lento e irripetibile”: una definizione che trovo bellissima perché ribalta uno dei paradigmi su cui si è costruita una parte della moda degli ultimi decenni.
Abbiamo inseguito la velocità. Abbiamo voluto tutto, subito e sempre nuovo.
Qui accade il contrario.
Una tecnica richiede tempo. Una materia proviene da un territorio. Dietro un ricamo esistono delle mani. Dietro quelle mani esiste una persona e, spesso, dietro quella persona c’è una conoscenza ricevuta da qualcun altro.
Il valore del capo non termina quindi nell’oggetto: comprende la storia che ha permesso a quell’oggetto di esistere.
Personalmente, è questa l’idea di lusso che trovo oggi molto più interessante.

Dieci designer, dieci modi di raccontare il Brasile
La forza della sfilata stava anche nella sua pluralità. Alina Amaral, Ana de Jour, Camila Machado Ateliê, Celeste, Lybethras, Ludimila Heringer, Natural Cotton Color, Proposta Verde, Val Valadares e Villa Dharma non propongono infatti un’unica immagine della moda brasiliana.
Raccontano territori, memorie e sensibilità differenti.
In Avesso do Céu, Alina Amaral parte dal sertão brasiliano e lavora con lino, renda filé, renda singeleza, ricami liberi e cristalli. Il paesaggio arido diventa materia e immaginazione, fino a creare un luogo quasi surreale in cui terra e cielo sembrano incontrarsi. Ana de Jour, con Pétalas, sceglie invece organza e raso di seta, bianco panna e nero: sovrapposizioni, trasparenze e aperture fanno respirare il tessuto sul corpo e traducono la delicatezza di un petalo nella costruzione dell’abito.
Con Camila Machado, l’Amazzonia entra nella collezione ALMAzônia attraverso tinture naturali, motivi botanici, ricami e stratificazioni. È interessante soprattutto il pensiero che accompagna gli abiti: procedendo nella foresta, il vestito smette progressivamente di essere qualcosa che semplicemente ricopre il corpo e diventa un’estensione del paesaggio. Celeste, con Néctar, parte invece dall’incontro tra fiori e colibrì e dalla varietà dei biomi brasiliani, mettendo al centro crochet, ricamo, texture e il tempo stesso necessario alla realizzazione manuale.
Sono visioni diverse, ma unite da una stessa convinzione: la natura non è soltanto ispirazione estetica, entra nel processo progettuale.
Dall’Amazzonia alla manioca: quando un territorio diventa materia
Alcune collezioni mi hanno fatto riflettere particolarmente sul rapporto tra moda e territorio.
Maniva-Brasil di Ludimila Heringer, per esempio, nasce dalla mandioca-brava, la manioca amara profondamente legata alla cultura dei popoli indigeni brasiliani. Dalle foglie della pianta deriva la tonalità utilizzata per tingere i tessuti: il colore porta quindi con sé non soltanto un risultato estetico, ma una conoscenza ancestrale e un rapporto con la terra.
Ancora più evidente è il lavoro di Natural Cotton Color. Paraiba Be-a-Bá: Women of Fibre parte da un cotone che cresce naturalmente nelle tonalità beige, marrone e verde nelle aree semi-aride dell’entroterra della Paraíba. La sperimentazione comprende seta tinta di nero attraverso le foglie dell’anacardio e stampe ottenute dal fango delle mangrovie, mentre ricami e pizzi mettono in relazione i saperi dell’entroterra con quelli delle comunità costiere.
Trovo estremamente contemporaneo questo modo di progettare. Non si sceglie semplicemente un colore da una cartella: si parte da ciò che un territorio può raccontare.

Sostenibilità significa anche recuperare ciò che esiste già
Un’altra idea emersa con forza dalla passerella riguarda il materiale che normalmente consideriamo finito, inutile, da eliminare.
Proposta Verde, con Enlaço, ha recuperato circa 200 kg di eccedenze tessili industriali tra cotone, lino e viscosa, riportandole all’interno del processo creativo. Il materiale scartato diventa così il punto di partenza per nuove silhouette fluide e asimmetriche, macramé, superfici materiche ed elementi in legno.
Anche Lybethras, con Soleya, lavora in questa direzione: circa l’80% dei tessuti utilizzati è realizzato in poliammide biodegradabile CO₂ Control®, mentre gli scarti della produzione vengono recuperati e trasformati in nuovi elementi di design. È importante perché dimostra una cosa che spesso dimentichiamo quando parliamo di moda responsabile: la sostenibilità non deve arrivare dopo il design come una correzione. Può essere parte del progetto fin dall’inizio.
Una moda che racconta identità senza trasformarla in decorazione
Un altro passaggio che ho trovato particolarmente potente riguarda il modo in cui alcune designer lavorano sull’identità brasiliana.
Val Valadares, con Amazônia: From Past to Future, attraversa quattro momenti della storia amazzonica, dai popoli indigeni al ciclo della gomma, dalla Belle Époque fino alla rigenerazione contemporanea della foresta. Il motivo grafico marajoara, derivato dai disegni ancestrali delle ceramiche dell’arcipelago di Marajó, viene reinterpretato attraverso ricami, texture e volumi.
Villa Dharma, invece, parte dal patuá, il tradizionale amuleto brasiliano, per parlare della pluralità spirituale del Paese. Seta, lino, cotone biologico e juta incontrano giunco, pizzo a tombolo, fibra di palma carnaúba, tinture naturali ed eco-print. Anche il pau-brasil entra nella ricerca cromatica attraverso estratti ottenuti, secondo il materiale della presentazione, mediante raccolta sostenibile nel sistema agroforestale del brand.
Sono esempi che mostrano quanto cultura e contemporaneità possano convivere senza che la prima venga ridotta a semplice ornamento.

Uscendo dai Chiostri di San Barnaba continuavo a pensare a una contraddizione solo apparente. Avevo appena visto collezioni costruite attraverso tecniche antiche e, allo stesso tempo, avevo la sensazione di aver assistito a un discorso estremamente rivolto al futuro.
Forse perché alcune delle questioni che la moda europea si prepara ad affrontare sono già centrali in questo progetto brasiliano. Il materiale della manifestazione richiama le nuove regole europee contro il greenwashing e il futuro Digital Product Passport per il tessile, che porterà ancora più attenzione su origine, certificazione e tracciabilità della filiera.
Ma ciò che mi interessa va oltre la normativa.
La sfilata mi ha ricordato che il futuro della moda potrebbe dipendere dalla nostra capacità di attribuire nuovamente valore alle cose: alla provenienza di una fibra, al tempo necessario per un ricamo, alla persona che lo realizza, alla comunità che custodisce una tecnica, alla possibilità di recuperare una materia anziché produrne immediatamente un’altra.
Il settore tessile brasiliano ha peraltro una dimensione industriale tutt’altro che marginale: secondo i dati forniti da Abit, comprende 25.700 aziende e oltre 1,34 milioni di lavoratori. Il progetto milanese è sostenuto da ApexBrasil attraverso TexBrasil, programma di Abit dedicato all’internazionalizzazione del comparto, con il supporto di Abrimos, associazione impegnata nella moda sostenibile e nella tutela delle tecniche artigianali tradizionali.
Per questo, dopo aver visto questa sfilata a Milano, non penso al Brasile semplicemente come a una moda da osservare perché diversa dalla nostra.
Mi interessa la direzione che sta mostrando.
Una moda in cui innovazione e memoria non sono opposte. In cui sostenibilità significa ambiente, ma anche persone, economia e cultura. In cui l’artigianato non viene relegato al passato, ma può diventare uno degli strumenti con cui progettare il domani.
Per andare avanti, la moda non deve necessariamente correre più veloce. Potrebbe aver bisogno, finalmente, di imparare a scegliere cosa vale la pena portare con sé.




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