Radici italiane, visioni couture: Armani Privé e Valentino a Parigi
- Eleonora F.

- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Perché guardare all’Italia, anche quando la couture parla francese
Alla Paris Haute Couture Week Primavera-Estate 2026 ho scelto di soffermarmi su tre maison che, pur sfilando a Parigi, portano con sé un’origine italiana precisa, riconoscibile, profonda.Non per nostalgia, né per orgoglio sterile, ma perché l’haute couture — oggi più che mai — è anche una questione di radici: di come un’identità culturale continui a emergere, anche quando si muove su palcoscenici internazionali.
Armani Privé e Valentino sono nomi globali, certo. Ma nelle loro collezioni, nei gesti sartoriali, nei silenzi eccessivi o nelle scelte misurate, resta un’aura italiana che non si dissolve.È quella che ho voluto osservare, seguire, raccontare.
Armani Privé — Silvana Armani
Armani Privé — Silvana Armani
L’armonia come nuovo gesto couture
La sfilata Armani Privé Haute Couture Primavera-Estate 2026 segna un momento di passaggio delicato e significativo: Silvana Armani debutta alla guida creativa della maison, raccogliendo un’eredità imponente e scegliendo di affrontarla con misura, rispetto e visione personale.
La collezione si muove attorno a un’idea chiara di armonia, evocata anche simbolicamente dal colore giada, che diventa il filo conduttore cromatico e concettuale dello show. Non c’è volontà di rottura, ma di riequilibrio: la couture di Armani Privé si fa più fluida, più leggera, più vicina al corpo e alla vita reale, pur restando profondamente sofisticata.
La palette è delicata e luminosa: verde giada, rosa cipria, tonalità pastello, accostate a neri morbidi che non impongono contrasto ma dialogano con la luce. Le silhouette rifuggono l’eccesso decorativo per concentrarsi sul gesto sartoriale: pantaloni ampi in chiffon e organza, tailleur maschili alleggeriti, giacche svuotate di rigidità, abiti a colonna che seguono il movimento invece di costringerlo.
È una couture che parla sottovoce, ma con grande chiarezza. Silvana Armani introduce un’idea di eleganza pensata da una donna per le donne, dove il lusso non è ostentazione ma portabilità elevata, intimità, precisione.
L’abito icona della collezione è quello che chiude la sfilata: un abito da sposa in bianco ottico, a maniche lunghe, interamente ricamato, con collo alto e velo regale. Un capo che non è semplice finale scenografico, ma gesto simbolico: un omaggio rispettoso alla storia della maison, filtrato da uno sguardo nuovo, più essenziale, più emotivo.
In questo debutto, Armani Privé non cambia voce: la affina. E dimostra che la continuità, quando è consapevole, può essere una delle forme più contemporanee di eleganza.




Valentino — Alessandro Michele
Il rosso come gesto fondativo
Per la Haute Couture Primavera-Estate 2026, Alessandro Michele costruisce la sfilata di Valentino come un esercizio di sguardo e di memoria. Il titolo, Specula Mundi, suggerisce fin da subito un’idea precisa: la couture non è solo ciò che si mostra, ma anche il modo in cui scegliamo di osservare.
La passerella prende forma attraverso un dispositivo visivo ispirato al Kaiserpanorama, che frammenta la visione e costringe a rallentare, a concentrarsi. È un gesto quasi filosofico, che dialoga con una collezione carica di riferimenti culturali, cinematografici e letterari, dove l’opulenza non è mai casuale, ma dichiarata.
La palette è intensa e teatrale: oro, nero, champagne, ma soprattutto il rosso Valentino, che apre la sfilata e ne diventa immediatamente il perno emotivo. Piume, velluti, maxi colletti e fiocchi amplificano la dimensione scenica, mentre il ritmo alterna eccesso e controllo, citazione e reinvenzione.
L’abito icona è proprio il primo look in rosso Valentino: un gesto netto, quasi rituale, che richiama la storia della maison e allo stesso tempo la rilegge con uno sguardo nuovo. Non nostalgia, ma continuità consapevole. Il rosso qui non è colore, ma linguaggio: inaugura la collezione, la orienta, la firma.
In questa couture, Valentino non cerca di semplificare il passato, ma di renderlo ancora fertile. E il rosso — ancora una volta — diventa il punto da cui tutto riparte.





Un filo invisibile, ma resistente
Guardando queste tre sfilate insieme, ciò che colpisce non è l’omogeneità, ma il filo invisibile che le attraversa. Un’idea di moda che nasce dalla cultura, dalla manifattura, dalla relazione con il tempo. Un modo italiano di intendere l’haute couture non come esercizio autoreferenziale, ma come atto di pensiero.
Parigi resta il palcoscenico, ma l’anima — seppur evoluta, trasformata, internazionale — continua a parlare italiano.
Ed è forse proprio questo che rende queste collezioni così rilevanti oggi: la capacità di restare riconoscibili, anche nel cambiamento.




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