Venerdì Pomeriggio SS27: Vivetta Ponti e la libertà di sentirsi “Beautiful”

Quanto spazio lasciamo, davvero, alla libertà di essere noi stessi?
È la domanda che mi sono posta dopo aver assistito a Milano alla presentazione di Venerdì Pomeriggio – Chapter 02: Gardening, la collezione SS27 di Vivetta Ponti.
Potrei raccontarvi gli abiti, soffermarmi sui tessuti, sui ricami, sui fiori applicati, sulle lavorazioni manuali e sulla cura evidente di ogni dettaglio. Ma le immagini lo fanno già molto meglio delle parole. Basta guardare la collezione per percepire la qualità di un progetto costruito con attenzione, dove decorazione, materia e artigianalità dialogano continuamente.
Quello che mi interessa raccontare è ciò che ho sentito dietro a tutto questo. Perché Vivetta Ponti sembra usare la moda per parlare di qualcosa che riguarda ognuno di noi: la possibilità di esprimersi liberamente, di accettare la propria individualità e di riconoscere nella diversità una forma di bellezza.
Ed è lì che, per me, la sfilata diventa molto più interessante.


Dal giardino a noi stessi
Gardening è il secondo capitolo del progetto Venerdì Pomeriggio. Dopo una prima parte ambientata idealmente all'interno della casa, questa volta le porte si aprono e lo sguardo si sposta verso il giardino.
Nel testo che accompagna la collezione viene descritto come un luogo «coltivato e domestico, fatto di fiori e geometrie, ma anche spontaneo e selvaggio»: uno spazio da contemplare, capace di invitare a rallentare.
Trovo che questa immagine dica molto più di quanto possa sembrare.
Un giardino vive proprio grazie alle differenze. Forme, colori, fiori e piante crescono vicini senza avere bisogno di assomigliarsi. Alcuni elementi vengono ordinati, altri sembrano trovare da soli il proprio spazio. La bellezza nasce dall'insieme, ma ogni parte conserva la propria identità.
Guardando la collezione, ho pensato che lo stesso dovrebbe accadere con le persone.
Abbiamo trascorso anni a inseguire modelli, estetiche, corpi, comportamenti e immagini a cui adeguarci. E oggi, mentre siamo continuamente esposti allo sguardo e al giudizio degli altri, riuscire a sentirsi liberi di essere ciò che siamo diventa quasi un atto di coraggio.

La moda come forma di espressione
Un abito può certamente essere bello. Può essere costruito magnificamente, avere un tessuto straordinario e mostrare una lavorazione che racconta ore di lavoro.
Ma ciò che indossiamo può diventare anche un linguaggio.
È una delle ragioni per cui continuo a trovare la moda così affascinante: ci permette di raccontare qualcosa di noi senza doverlo necessariamente spiegare. Possiamo scegliere il colore, esagerare, giocare, essere romantici, eccentrici, rigorosi, sensuali, delicati. Possiamo cambiare e persino contraddirci.
La collezione di Venerdì Pomeriggio mi ha trasmesso proprio questa sensazione di libertà.
Il giardino immaginato da Vivetta Ponti attraversa abiti, gonne e denim; fiori, carte da parati e tessuti d'arredo cambiano funzione e diventano materia da indossare. Bouquet costruiti a mano, fiori applicati e ricami convivono con una ricerca in cui il valore risiede nella scelta e nell'accostamento degli elementi.
Anche le collaborazioni ampliano questo universo: le calzature realizzate con Lili Curia vengono decorate e in alcuni casi personalizzate con ricami floreali; Nino Kun firma gli headpieces, pensati come vere composizioni da indossare. Marco Assaggia porta invece nella presentazione due tavole apparecchiate che restituiscono quella dimensione domestica e conviviale da cui nasce l'immaginario di Venerdì Pomeriggio. Il legame con la natura attraversa anche le altre collaborazioni: Pizzolato, produttore di prosecco biologico a Treviso, condivide con Vivetta Ponti una sensibilità legata alla produzione bio, alla cura e al rispetto della natura, mentre Mazzanti Piume ha affiancato la designer nella ricerca e nell’impiego delle piume di struzzo, lavorate attraverso il taglio della parte matura della piuma, al di sopra della linea sanguigna, anziché mediante estrazione dal follicolo, con particolare attenzione al benessere dell’animale. A completare l’esperienza è la musica di Santamaria Studio, che costruisce la cornice sonora della collezione e accompagna il pubblico all’interno di questo giardino immaginato da Vivetta Ponti.
Tutto sembra concedersi il diritto di avere una personalità.
E forse è esattamente ciò che dovremmo concedere più spesso anche a noi stessi.

Identità
Durante una Fashion Week siamo inevitabilmente circondati da immagini. Guardiamo, fotografiamo, condividiamo, confrontiamo. In un contesto del genere, parlare di accettazione assume per me un significato ancora più forte.
Perché la bellezza che mi interessa oggi ha sempre meno a che fare con l'idea di aderire perfettamente a un modello.
Mi interessa molto di più ciò che rende una persona riconoscibile.
Un dettaglio insolito. Un modo personale di indossare qualcosa. Una caratteristica che magari per anni abbiamo cercato di nascondere e che, a un certo punto, impariamo finalmente a considerare parte di noi.
Anche per questo la scelta musicale che conclude la sfilata acquista un peso particolare.
E poi arriva “Beautiful”
Sul finale parte Beautiful di Christina Aguilera.
Ed è in quel momento che molti dei pensieri suggeriti dalla collezione sembrano trovare una voce.
Pubblicata nell'album Stripped, la canzone è stata scritta da Linda Perry ed è diventata negli anni un brano profondamente legato ai temi dell'autostima, dell'accettazione di sé e del diritto a non lasciare che lo sguardo o le parole degli altri definiscano il nostro valore.
La sua presenza alla fine della sfilata, per come l'ho vissuta io, non è semplicemente una scelta musicale. È una chiave emotiva attraverso cui rileggere tutto ciò che abbiamo appena visto.
Improvvisamente quei fiori, le sovrapposizioni, i ricami, gli headpieces, la dimensione spontanea e quella più costruita del giardino sembrano parlare anche di noi.
Di quanto tempo impieghiamo ad accettare le nostre differenze.
Di quanta energia sprechiamo nel tentativo di assomigliare a qualcosa che qualcun altro ha stabilito essere bello.
Di quanto possa essere liberatorio, invece, smettere di correggersi continuamente.


Coltivare la propria unicità
Mi piace allora pensare al gardening scelto da Vivetta Ponti anche in un senso più intimo.
Coltivare significa avere cura. Richiede tempo, attenzione e pazienza. Significa rispettare ritmi differenti e comprendere che non tutto cresce nello stesso modo e nello stesso momento.
E soprattutto significa lasciare spazio.
È questa l'immagine che porto con me dalla sfilata: un giardino in cui ogni fiore può avere una forma, un colore e un tempo diversi senza che nessuno di questi abbia bisogno di diventare uguale all'altro per essere bello.
Quando le ultime modelle attraversano lo spazio e Beautiful accompagna il finale, il messaggio che sento arrivare è semplice e potentissimo: possiamo smettere di cercare continuamente il nostro valore nello sguardo degli altri.
Possiamo indossare ciò che siamo.
E imparare, finalmente, a sentirci belli proprio lì!


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